BID/ART RESIDENCY
La residenza artistica della Biennale Internazionale Donna – I edizione
Con questa prima edizione, la Biennale Internazionale Donna inaugura un nuovo capitolo del proprio percorso curatoriale: una residenza artistica che intende andare oltre il momento espositivo per instaurare un dialogo autentico e continuativo con un’artista contemporanea.
Non più solo un sostegno alla visibilità finale dell’opera, ma un accompagnamento reale e partecipe lungo tutto il processo creativo, dalla ricerca alla realizzazione.
La residenza nasce dal desiderio di dedicare spazio e tempo alla sperimentazione e all’ascolto reciproco, creando le condizioni per un confronto fertile tra l’artista, l’associazione e il territorio. Un’esperienza che mette al centro la relazione, lo scambio, la possibilità di seguire da vicino lo sviluppo di un progetto e di condividerne le traiettorie, le intuizioni, i momenti di trasformazione.
Un’esperienza che mette al centro la relazione, lo scambio, la possibilità di seguire da vicino lo sviluppo di un progetto e di condividerne le traiettorie, le intuizioni, i momenti di trasformazione.
Questa prima edizione prende vita a Portopiccolo (TS), immersa nel paesaggio carsico, luogo denso di stratificazioni naturali e culturali, che diventa parte integrante della ricerca e fonte diretta di ispirazione.
Con questa iniziativa, la Biennale Internazionale Donna riafferma la propria vocazione: dare voce all’arte delle donne attraverso pratiche che valorizzino la complessità del loro lavoro, sostenendone la presenza, il tempo e il pensiero.
LUOGO: Portopiccolo – Sistiana, Trieste
PERIODO: 18-31/08/2025
ARTISTA IN RESIDENZA: Matete Martini
TEMA: Nostalgia, materia di emozioni
FOCUS: Ricerca sui materiali di scarto, riuso poetico e memoria materica
PARTNERS: Casa Cave - casacave.eu | Zadro Sails - zadro.it
Durante il periodo di residenza, seguiremo passo dopo passo il percorso dell’artista, condividendo approfondimenti, materiali, interviste e momenti di apertura al pubblico.

Intervista a Matete Martini
Artista in residenza – BID 2025
Quali sono i principali nuclei tematici e formali che attraversano il tuo lavoro artistico? Come si articola, nel quotidiano, la tua pratica di studio e ricerca?
Il mio lavoro è un atto continuo tra vita, collezionismo di oggetti, discorsi da bar, soluzioni profonde e personali, psicologia e sociologia, provocazione velata e silenzio parlante.
È una sorta di consapevolezza che si deposita nei medium, non è tanto l’opera in sé quanto una storia che è iniziata tanti anni fa.
Avevo solo sette anni quando ho cominciato a dipingere, ma poco dopo non mi bastava più saper usare il pennello.
Ci sono voluti anni per arrivare a quel segno, il mio — e non solo sulla tela — e molti altri per capire come impastare ciò che ero dentro i miei medium.
Nel tempo è cresciuto anche il mio interesse per la promozione degli altri, per agglomerare la mia creatività a quella di entità singole, aziendali, popolari, sociali.
Il mio motore è il “fare”.
Ascolto il mondo come fosse una cassaforte da scassinare: un orecchio in ascolto, una mano che prova le combinazioni. Fare e non pensarci troppo. Sento e agisco. E ora, dopo 24 anni, so di poterlo fare in modo fluido, come andare in bicicletta.
Nel tuo percorso, il lavoro si muove spesso sul confine tra arte e moda. Cosa ti attrae in questa intersezione e quali possibilità vedi in questo dialogo?
Io sono nata nei negozi di abbigliamento e nei bar. Ho imparato a dipingere in bottega in mezzo al popolo, alle persone che occupavano i sabato pomeriggio per qualche hobby. Il mio background è commerciale, popolare…
Avevo appena sette anni quando incontrai per la prima volta il lavoro di Tamara de Lempicka. Ne rimasi rapita. Nonostante la durezza delle sue linee, la sensualità decisa e quasi spigolosa delle sue figure, sentivo in quelle donne una bellezza sovrana, una forza senza tempo.
Una simbologia femminile – muscolare, elegante, quasi scultorea – ha lasciato un segno profondo, che ancora oggi mi abita.
Già da piccola mi annoiavo a copiare Renoir, Monet, volevo roba marcata, con gestualità forte, già con una certa carica sensuale. Probabilmente una sindrome della primogenita femmina ma questo ha condotto la mia produzione, nel bene e nel male rendendomi come dicono, “inarrestabile” ma anche vulnerabile.
Essere libera, forte, vivere nella bellezza e sentirmi bella. Scegliere tutto, per me stessa. Quella femminilità decisa, l’attrazione istintiva per oggetti e spazi pieni, intensi, belli: è questo, per me, il vero benessere esistenziale.
Da lì è nato il mio interesse per la moda. Ti vesti, senti cosa indossi, lo fai per te. Ho sempre detto che ho un rapporto chimico con i miei oggetti, con i miei abiti: un vestire godereccio, onesto, che mi parla addosso.
Sono molto critica, osservatrice, e preferisco fare le cose piuttosto che spiegarle. È attraverso il gesto che mi definisco — non attraverso la didascalia.
Cosi iniziai a fare le cose “a modo mio” e poi è arrivato il desiderio di una dimensione più sociologica e utile, operativa. Per questo l’abito è entrato in progetti come Casa-Abito, o la collaborazione con Ma.Re maglificio per il Progetto Coop, o ancora per Expo Osaka.
Non sarò mai una stilista — non ho le competenze né l’interesse — ma la moda ha oggi un valore sociale fortissimo. In un’epoca in cui tutto è appesantito e massificato, la moda non esiste più: è marketing.
Io invece ho bisogno di presenze viscerali, forti, autentiche. Quelle che immaginavo da bambina.
Il mio motore è agire senza preoccuparmi troppo del giudizio. L’unico vero limite — o forse punto di forza — è il budget. Ma se mi metto in testa qualcosa, la faccio.
Forma, società, scelta: la moda è scelta.

Cosa ti ha spinta a candidarti per la residenza promossa dalla Biennale Internazionale Donna? In che modo senti che questo contesto potrebbe nutrire o far evolvere la tua ricerca?
Trieste è una città che ho frequentato abbastanza, anche se non tantissimo, ma qualcosa di speciale ci è accaduto.
Immersioni di biologia marina, registrazioni in studio, qualche amicizia, qualche ricordo tornato in riva.
Nell’ultimo periodo, inclusa Portopiccolo, è diventata per me una piccola piazza emozionale.
È una città di porto, e fa parte della mia regione natale: per me è un onore fare qualcosa “in casa”.
E poi le cose nascono così, guardandosi negli occhi e sentendo che funziona. Lo staff di BID mi ha trasmesso una forte motivazione.


La residenza propone un’indagine sul potenziale poetico ed evocativo dei materiali di scarto. Qual è il tuo rapporto con questi materiali? Li hai mai utilizzati nella tua pratica?
Sì, ho utilizzato le vele di Zadro per il laboratorio Casa-Abito – Wear We Live, per l’Expo Osaka 2025.
Una vela è diventata un grande tessuto, un simbolo di appartenenza, che ha ospitato le intenzioni dei partecipanti.
Abbiamo esplorato una domanda: è più importante ciò che lascio o ciò che prendo?
L’azione ha messo in discussione, in modo silenzioso, il valore delle risorse e dello spazio personale.
Farlo in un contesto come quello giapponese, in particolare a Osaka, ha tirato fuori interiorità inaspettate.
Un materiale di riutilizzo — come una vela che normalmente serve a far avanzare una barca — qui ha spinto in avanti la creatività, molto più di quanto immaginassi.
Che tipo di narrazioni o memorie possono emergere dal riuso di ciò che è considerato rifiuto o materia marginale? E che ruolo ha, per te, la nostalgia come dispositivo creativo?
Credo che una residenza serva anche a ritrovare materiali che hai già incontrato. A riconoscerli.
Ma soprattutto a lasciarsi sorprendere.
L’improvvisazione, l’immersione nel luogo, il tempo sospeso tra produzione e ascolto del contesto: questo rende una residenza speciale.
È in quell’equilibrio tra fare, contemplare e cogliere l’inaspettato che la nostalgia — vista positivamente — può diventare un motore creativo.
Può riportarti a gesti già vissuti, a sensazioni manuali familiari, ma anche farti attraversare l’attimo presente tra passato e futuro.
Un ponte tra il “qui e ora”.
Il tema di BID, “Nostalgia, materia di emozioni”, invita a riflettere su memoria, tempo e affetto. Come immagini che i materiali di scarto possano farsi portatori di emozioni? E in che modo il tuo lavoro può contribuire a questa riflessione collettiva?
Partirò da un ricordo: quello che ho di Trieste e Portopiccolo.
Anche se non l’ho vissuta infinite volte, ci sono state situazioni, incontri ed emozioni molto felici.
Porto con me anche l’esperienza nella lavorazione dei materiali.
Credo che la nostalgia, ancora una volta, possa servire da guida — come è stato nella mia collezione Gesture e nel mio impegno per la pratica e la cura, durato anni.
È il materiale, attraverso il ricordo, a suggerirti un’azione nuova.
Una nuova direzione, che scardina ciò che pensavi.
E in quel movimento — per me, in questo caso, Trieste — c’è un sentire neutro e felice, da cui ripartire.
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