LA BOEMIA STA SUL MARE
Esercitare discontinuità, immaginare altrimenti
In un presente segnato dall’incertezza, il rapporto con il tempo si fa instabile: il futuro, invece di aprirsi come orizzonte di possibilità, viene percepito come una promessa mancata; il passato, investito di aspettative riparative e nostalgiche, ritorna invece come spazio di proiezione e rifugio. In questa retroversione, diventa urgente interrogare non solo ciò a cui si guarda, ma anche i modi in cui il tempo viene pensato e vissuto, mettendo in discussione il ricorso alla nostalgia come forma di orientamento e come risposta automatica all’instabilità del presente.
Nell’egemonia della nostalgia che attraversa la politica, i media e gli stili di vita, il passato viene frequentemente mobilitato come immagine rassicurante a cui tornare o come modello da imitare per sottrarsi alla complessità del presente. Attraverso la selezione e l’idealizzazione di ciò che è stato, la nostalgia si configura come un dispositivo che decide cosa può essere ricordato, semplifica i conflitti, normalizza le fratture e restringe il campo di ciò che può essere immaginato. Saturando l’immaginario, essa offre l’illusione di un riparo e, al tempo stesso, contribuisce a costruire un clima in cui incertezza e angoscia diventano risorse facilmente mobilitabili per l’orientamento collettivo.
In un clima attraversato da antagonismi e risentimenti, l’angoscia opera come tecnologia di governo, capace di rendere i soggetti più ubbidienti, ricattabili e orientabili, ponendo il futuro stesso in quarantena e privandolo della possibilità di essere concepito. È a partire da questa impasse che la nostalgia può essere contro-appropriata: non come desiderio di ritorno, ma come gesto che guarda indietro per restituire, o talvolta donare per la prima volta, spazio e visibilità a ciò che è stato selettivamente lasciato ai margini dalle narrazioni egemoniche. È in questa riapertura che il tempo torna a muoversi, rendendo percorribile l’idea di un futuro non già prescritto.
Sperare, oggi, può essere inteso come un movimento che non elude l’ostacolo nell’attesa di un esito migliore, ma lo assume come condizione di possibilità di un gesto altro. Rifiutando tanto l’evasione quanto l’adattamento, lo sperare non promette soluzioni, ma introduce uno scarto. Come nel salto di Dick Fosbury, esso guarda l’ostacolo, gli corre incontro, lo sfida e, per un istante, gli volta le spalle per poterlo superare. Questo muoversi in modo inatteso afferma, nell’interruzione, l’urgenza di cambiare il punto di vista da cui approcciare il mondo contemporaneo. Tale torsione diventa uno strumento capace di introdurre discontinuità in un tempo lineare percepito come indomabile, contrastando una condizione di impotenza riflessiva ormai sistemica ed endemica.
La speranza smette di configurarsi come una proiezione futura e si afferma come un atto situato: una pratica che restituisce complessità e profondità al presente e offre una strategia per restare con il problema. Lontana da ogni promessa di salvezza o risoluzione, si manifesta come un’attitudine che accetta l’opacità, la contraddizione e l’incompiutezza non come difetti da superare, ma come condizioni con cui lavorare. La speranza non indica una via d’uscita, bensì un modo di sostare nella soglia, trasformando l’incertezza da limite paralizzante a campo di possibilità operative.
Come nel salto di Dick Fosbury, la speranza non aggira l’ostacolo: lo assume come perno attorno a cui articolare un movimento che si rivela emancipatorio. Cambia assetto, attiva un gesto controintuitivo che non cancella il limine, ma lo attraversa secondo una traiettoria fino a quel momento impensata. In questo scarto, la speranza genera uno strappo nello status quo, creando le condizioni per pratiche capaci di disallinearsi, deviare e riorientare il presente.
La quinta edizione di Biennale Internazionale Donna prende forma nella frattura attraverso cui i raggi della nostalgia attraversano il presente. In questa fenditura, la Biennale interpone una lente capace di riorientare lo sguardo, riscrivere la cartografia dell’Oggi e riattivare ciò che l’immaginazione aveva lasciato in sospeso. È da questa soglia che prende forma il titolo dell’edizione.
La Boemia sta sul mare emerge come una figura attraverso cui interrogare il rapporto tra utopia, tempo e immaginazione. Più che indicare un paradosso geografico, il titolo richiama una costellazione di pensiero che attraversa William Shakespeare, viene ripresa da Franz Fühmann e trova una formulazione decisiva in Ingeborg Bachmann. In questa traiettoria, la Boemia non si configura come una destinazione né come una promessa di salvezza, ma come un altrove concepibile solo nella sua instabilità: un orizzonte fittizio, fragile e mai del tutto afferrabile, che rende praticabile l’immaginazione di una condizione altra. È proprio in questa tensione che la Boemia si afferma come dispositivo critico, capace di riattivare l’idea stessa di alternativa e di incrinare ciò che, nel presente, appare inevitabile.
Lontana da ogni idea di ritorno o ripristino, La Boemia sta sul mare intende indagare forme di memoria e memorializzazione che operano per frammenti e nuovi interi, ritorni parziali e riattivazioni. Attraverso pratiche artistiche che lavorano su archivi mancanti, genealogie spezzate, gesti sopravvissuti e possibilità rimaste incompiute, la Biennale diventa uno spazio in cui la memoria si traduce in azione. Non come esercizio di ripetizione, ma come pratica capace di recuperare ciò che è stato negato o interrotto, di ricomporre relazioni e restituire complessità a storie semplificate, affinché ciò che è stato non venga riprodotto, ma messo in tensione e trasformato nel suo stesso farsi.
Da questa prospettiva, il presente si apre come un campo di tensioni entro cui articolare politiche dopo il futuro, fondate non sulla promessa di progresso, ma sulla cura del presente: sulla ricostruzione della fiducia, sulla vulnerabilità, sulla capacità di sostare nell’incertezza. Politiche che passano attraverso la ricomposizione della sensibilità, il rallentamento, la poesia, il corpo, e che aprono a nuove forme di autonomia affettiva e linguistica.
La sfida è nell’interrompere la corsa, sottraendosi alle illusioni della modernità e del progresso lineare. È un gesto che rifiuta l’anticipazione come forma di governo del tempo e richiede attenzione, cura e la rinuncia a facili promesse salvifiche. In questo sostare, nel rallentare e nel restare, diventa possibile imparare ad orientarsi senza mappe stabili e riconoscere il potenziale latente nell’indugiare. È da qui che torna possibile credere che la Boemia stia sul mare.
Biblioteca Effimera
A Library for the Time Being
a temporary ecology of shared knowledge
Concepita come un organismo vivo e un commons contemporaneo, questa biblioteca effimera è uno spazio temporaneo di circolazione del sapere che esiste solo attraverso l’uso, l’incontro e lo scambio. Più che conservare informazioni, le attiva; più che accumulare contenuti, espone il sapere alla trasformazione, alla frizione e alla perdita.
Attiva esclusivamente per la durata della Biennale, A Library for the Time Being rifiuta la logica dell’archivio come luogo di stabilizzazione, autorità e possesso. A differenza di una biblioteca tradizionale, la conoscenza non è trattata come una risorsa da immagazzinare o estrarre, né da standardizzare o riprodurre: il sapere si configura piuttosto come una pratica situata, parziale, vulnerabile e relazionale. Testi, voci, appunti, frammenti, segni e contributi di diversa natura, formato e medium convivono in un’ecologia instabile, in cui il senso non è mai fissato, ma costantemente negoziato.
Questo spazio non aspira a una neutralità presunta né a un’inclusività data per scontata: riconosce asimmetrie, vuoti e disaccordi come elementi costitutivi di ogni campo di sapere condiviso. Il potervi contribuire non è definito dalla competenza, ma dalla partecipazione, così come il valore emerge dalla circolazione piuttosto che dall’accumulazione. Nel mettere in discussione gerarchie istituzionalizzate di competenza e autorialità, A Library for the Time Being privilegia l’uso rispetto al possesso, la relazione rispetto all’autorità, lo scambio rispetto alla conservazione.
Accogliendo la propria temporalità e fragilità, A Library for the Time Being assume l’effimero come postura tramite cui mettere in discussione le politiche che gravitano attorno al sapere e alla sua circolazione. Ciò che è in gioco non è ciò che resterà, ma ciò che può attivarsi nel presente: incontri tra artisti e pubblico, tra umano e più-che-umano, tra diverse forme di linguaggio e vocabolari, tra esperienza vissuta e pensiero speculativo. Uno spazio per uno scambio peer-to-peer di conoscenza, in cui contributi eterogenei possano trovare posto e cooperare all’interno di una banca del sapere che trae forza proprio dalla consapevolezza della propria limitatezza temporale. In questo senso, la biblioteca non funziona come un deposito, ma come una soglia: un ambiente in cui il sapere viene questionato, rivisitato e, per un tempo limitato, condiviso.
ARTISTE SELEZIONATE V EDIZIONE
Gaia Aducchio, Karina Akopyan, Aliteia (Alice Bambolin), Anastasiia Artiukhina, Beatrice Bartolozzi, Franca Bertani, Letizia Carattini, Chiara Anna Colombo, Marina Comerio, Tiziana Contu, Martina Dallastella, Marie-José D’Aprile, Marija Delić, Donatella Donatelli, Elisabetta Eleutieri Serpieri, Fabiola Faidiga, Claire Farruggia, Marica Fasoli, Kikki Ghezzi, Monica Gorini, Valentina Grilli, Barbara Grossato, Jane Kerry Lowery, Paulina Jazvić, Sofia MacGregor Oettler, Micol Magni, Eliana Marinari, Pamela Martinez Rod, Maria Cristina Marzola, Yasmin Noorbakhsh, Viviana Rasulo, Giorgia Razzetta, Ann Russell, Claudia Villani, Ana Vivoda.
ARTISTE INVITATE
Veronica Barbato, Noemi Biasetton, Francesca Centonze, Luisa Elia, Arianna Giorgi, Silvia Giordani, Francesca Pionati, Marta Ravasi, Laura Russell, Vittoria Serena (Claudia Zaggia), Andrea Solaja, Sarah Staton, Vivianne van Singer, Sarah Kate Wilson, Alba Zari.
Riccardo Rizzetto
Invited Curator
Riccardo Rizzetto è un curatore, ricercatore e artista italiano con base a Londra, attivo tra l’Italia e il Regno Unito. Curatore italiano formatosi come architetto, Riccardo Rizzetto sviluppa una pratica post-disciplinare che attraversa ricerca curatoriale, installazione, scrittura e formati collettivi. Il suo lavoro indaga le trasformazioni ecologiche, culturali e politiche, esplorando come gesti spaziali e materiali possano ridefinire territori e sistemi di rappresentazione.
Riccardo Rizzetto ha studiato Architettura presso la IUAV University of Venice e successivamente al Royal College of Art. Ha conseguito un MA in Research Architecture presso il Centre for Research Architecture, Goldsmiths, University of London, dove ha collaborato come Research Assistant con Forensic Architecture, partecipando a indagini quali Cartography of Genocide e The Architecture of Genocidal Starvation.
Il suo progetto di ricerca a lungo termine Eroded Ecologies colloca Riccardo Rizzetto nel dibattito contemporaneo sull’idrofemminismo e le teorie del più-che-umano. Attraverso questa ricerca analizza paesaggi lagunari e costieri come ambienti co-autoriali, plasmati da agenzie umane e non umane, indagando come colture, suoli e infrastrutture possano agire come sensori territoriali.
Riccardo Rizzetto è Co-Founder e Curator di Communal Matters, piattaforma di ricerca che esplora comunità umane e più-che-umane attraverso pratiche spaziali e materiali.
In qualità di Invited Lead Curator della Biennale Internazionale Donna, Riccardo Rizzetto sviluppa un impianto curatoriale che concepisce la mostra come soglia critica; uno spazio capace di mettere in discussione identità fissate e di attivare pluralità, dissonanze e nuovi immaginari.

BID - Biennale Internazionale Donna
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